Fabio Fabbri - Caro Marco, ti
faccio una proposta
mercoledì 19 ottobre 2011
Caro Marco, i recenti
eventi politico-parlamentari, di cui sono stati protagonisti anche i deputati
radicali, mi spingono a renderti partecipe di alcune mie riflessioni. Mi faccio
vivo con te dopo un lungo silenzio. Mentre tu sei rimasto prim’attore
dell’agone politico, io, dopo la grande slavina del ’94, sono ritornato alla
toga e alla serenità del mio paese sull’Appennino.
Come accade alle persone avanti negli anni, si affollano nel mio animo i
ricordi di tante comuni battaglie. Ci siamo conosciuti quando portavamo i
calzoni alla zuava, ai tempi dell’Unione Goliardica Italiana. Poi la fronda
nella sinistra liberale, la fondazione del Partito Radicale di Pannunzio e
Carandini e il comune sconforto a fronte della sua dissoluzione. Non ti ho
seguito quando hai dato vita al nuovo partito radicale. Ho scelto il PSI
rinnovato di Craxi, vedendo in esso la Terza Forza liberal-socialista agognata
da Pannunzio, La Malfa, Leo Valiani ed Ernesto Rossi. Abbiamo marciato divisi,
ma il comune retroterra ideale ci ha sovente avvicinati. Fui favorevole
all’alleanza elettorale radical-socialista che ebbe un risultato positivo.
Bettino Craxi ti voleva bene, anche se talora si lamentava della tua
imprevedibilità. Insieme, accompagnati da Claudio Martelli, andammo al
Quirinale per denunciare a Cossiga la malagiustuzia di cui era vittima Tortora.
E che onore è stato per me essere ospite, in rappresentanza del Psi al
congresso del Pr transnazionale, in una Budapest che assaporava gli albori
della ritrovata libertà. Più recentemente, sono stato felice quando ci siamo
ritrovati nella “Rosa nel pugno”, ahimè precipitosamente appassita.
Ma veniamo al passato prossimo e al presente. Ho sofferto quando, nel 2008,
avete deciso di trovare usbergo elettorale nelle liste del Pd di Valter
Veltroni: proprio mentre costui precludeva l’accesso al Parlamento della
pattuglia socialista e tendeva la mano, oltre che ai radicali, anche al
repellente Di Pietro. So bene che nel bagaglio di un leader c’è anche una dose
di crudo realismo. So anche che fa parte della tua storia l’idea che la
dialettica politica debba essere organizzata secondo uno schema rigidamente
bipolare. Ricordo che, tanti anni fa, giovane senatore, firmai con te un
disegno di legge che disciplinava le consultazioni elettorali secondo questa
ferrea dicotomia, nell’illusione che l’Italia fosse assimilabile agli Usa. In
coerenza con questa logica dei due steccati, vi siete alleati in passato anche
con il polo di centro-destra. Adesso è giunto il momento di fare il bilancio.
L’esperienza con il conglomerato berlusconiano è stata sicuramente negativa e
vi ha costretto a scegliere la contro-parte: l’amalgama non riuscito fra
post-comunisti ed ex sinistra Dc. L’amaro consuntivo della convivenza dei
deputati radicali nel gruppo del Pd della Camera, dal 2008 ad oggi, non
dovrebbe lasciare alcun margine di dubbio. Non solo perché, di fronte al vostro
legittimo esercizio di autonomia, siete stati subito scomunicati: definiti
‘stronzi galleggianti’ da Rosy Bindi, novella erinni infuocata, e dichiarati
“auto-sospesi” dal Gruppo: come Filippo Penati! Nessuna sorpresa, se si tiene presente che in quel partito mancano
la cultura e lo spirito liberale, che si nutrono anche di tolleranza per il
dissenso, in applicazione della legge del dialogo, quella che ci ha insegnato
Guido Calogero. Altro che bipolarismo con l’elmetto come lievito della democrazia
e della storia!
Sbaglio Marco se, tirando le somme, constato che le macerie della seconda
Repubblica coinvolgono non solo il Pdl ma anche il Pd? Sbaglio, se penso che,
dopo quel che è successo, non c’è spazio per rinegoziare l’ospitalità in casa
del Pd? Se questa è la sgradevole realtà, i radicali non possono sottrarsi al
dovere di concorrere alla costruzione, ora e subito, di una alleanza
laico-socialista; un rassemblement più largo della Rosa nel pugno, capace di
mobilitare tutte le energie che non si riconoscono nei due maggiori partiti e
non sono vedove della Dc. Di fronte all’anoressia progettuale del triunvirato
Vendola-Bersani-Di Pietro, bisogna attivare un laboratorio politico-culturale
capace d indicare alla Nazione le vie da percorrere per uscire dal pantano in
cui sta languendo. Non solo diritti civili, ma anche diritti sociali e governo
dell’economia.
Ernesto Rossi, che non era malato di statalismo, ha più volte enfatizzato
che gli spazi della pianificazione liberale sono assai ampi. E’ una direttiva
che vale, a maggior ragione, nell’epoca della globalizzazione. Abbiamo nel
nostro comune passato un precedente incoraggiante. Il programma riformatore del
primo centro-sinistra fu scritto nei convegni degli “Amici del Mondo”.
Promuovendo con paziente duttilità questa svolta federativa insieme ai naturali
compagni di viaggio (certo, i socialisti, ma anche le altre disperse membra del
mondo laico-liberale) dimostrerai che ha ragione Giuseppe Galasso quando
afferma che il lascito dei radicali del “Mondo” non è un’eredità giacente priva
di successori. Con un abbraccio amichevole,